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Budapest l’ho vista con gli occhi di un bambino

E forse è per questo che mi è sembrata ancora più bella. Era il 3 gennaio. Faceva un freddo che entrava nelle ossa, di quelli che non ti dimentichi facilmente. Uno di quei freddi veri, duri, continentali, che ti fanno tirare su il cappotto fino al collo e ti ricordano a ogni passo che sei lontano da casa. Avevo cinque giorni davanti. Cinque giorni per vedere Budapest, per camminarla, capirla, perdermi, attraversarla. Ma soprattutto cinque giorni per iniziare, senza rendermene davvero conto, ad aprire una porta enorme dentro di me. Perché quel viaggio, oggi lo capisco meglio, non era solo un viaggio. Era una specie di inizio. Ricordo il giro sul Danubio. Il freddo addosso, le mani quasi bloccate, l’aria tagliente sul viso, la città illuminata che scorreva lentamente intorno a me. Il Parlamento sembrava irreale, i ponti sembravano disegnati nella notte, l’acqua rifletteva luci che ancora oggi mi tornano in mente. E io ero lì. Con gli occhi pieni. Con quella sensazione assurda, bellissima, quasi infantile, che il mondo si stesse aprendo davanti a me. Non avevo ancora visto tanto. Non avevo ancora attraversato così tanti Paesi, aeroporti, confini, città. Non avevo ancora costruito quella mappa emotiva che oggi mi porto dentro ogni volta che parlo di viaggi. Allora era tutto più nuovo. Tutto più grande. Tutto più incredibile. E Budapest, vista così, con quel freddo, quella luce, quel Danubio e quei cinque giorni davanti, mi sembrò una promessa. La promessa che fuori dal mio mondo esisteva qualcosa di enorme. E che io volevo iniziare a vederlo. Ci sono città che incontri quando hai già imparato a viaggiare. Le guardi con occhi più allenati, più esigenti, forse anche più difficili da stupire. Hai già visto tanto, hai già fatto paragoni, hai già attraversato luoghi che ti hanno cambiato, e […]