Alcuni viaggi li ricordi per i luoghi.
Altri per le persone.
Questo lo ricordo per una coperta sporca, un furgone scassato e una fiducia che oggi probabilmente non avrei più.

Avevo ventun anni.

Ed ero al mio primo grande viaggio fuori dall’Europa.

Destinazione: Giordania.

Il viaggio che sognavo da anni.

Petra.

Il Wadi Rum.

Il deserto.

Quelle immagini che avevo visto centinaia di volte nei documentari e che finalmente stavano diventando reali.

All’aeroporto di Amman conosco una ragazza italiana di origine thailandese, anche lei sola.

Più o meno la mia età.

Una perfetta sconosciuta.

Iniziamo a parlare.

Poi a viaggiare.

Poi a condividere praticamente tutto il viaggio.

Più di 1500 chilometri in sette giorni.

Oggi sembra assurdo.

All’epoca sembrava semplicemente naturale.

La prima vera tappa è Petra.

Uno dei luoghi che desideravo vedere più di qualsiasi altro al mondo.

Arriviamo verso tarda mattinata.

E facciamo un errore.

O forse facciamo la scelta migliore possibile.

Decidiamo di vedere tutto.

Ma proprio tutto.

Non il percorso classico.

Non le attrazioni principali.

Tutto.

Ogni deviazione.

Ogni sentiero.

Ogni punto panoramico.

Ogni gradino.

Ogni salita.

Camminiamo per ore.

Sette.

Forse anche di più.

A un certo punto smetti perfino di guardare l’orologio.

Esisti solo tu.

La pietra.

Il sole.

La fatica.

E quella sensazione irreale di trovarti in un luogo che hai immaginato per anni.

Il problema arriva alla fine.

Quando ci accorgiamo che Petra sta chiudendo.

E noi siamo dall’altra parte del mondo.

Letteralmente.

Lontanissimi dall’uscita.

Distrutti.

Senza alcuna voglia di rifare ore di cammino.

È lì che compare una di quelle situazioni che, raccontata oggi, sembra quasi inventata.

Alcuni lavoratori del sito ci propongono una soluzione.

Diciamo così.

Alternativa.

Per una piccola mancia ci fanno salire sul retro di un loro furgone.

Ci coprono con delle coperte che definire vintage sarebbe già un complimento.

E ci dicono di restare nascosti.

Ancora oggi non so esattamente quanto fosse legale quella situazione.

Probabilmente poco.

Molto poco.

Ma in quel momento avevamo ventun anni.

Eravamo stanchi.

Ridevamo.

E ci fidavamo completamente di perfetti sconosciuti.

Ricordo quei venti minuti più di tante altre cose.

Il rumore del motore.

Le buche.

La sensazione di poter finire a terra da un momento all’altro.

Le risate.

L’assurdità della situazione.

E soprattutto quella fiducia cieca che solo il viaggio riesce a creare.

Perché a pensarci oggi è folle.

Due ragazzi dall’altra parte del mondo.

Ventiquattro ore prima non si conoscevano nemmeno.

Si ritrovano nascosti sotto delle coperte nel retro di un furgone in mezzo al deserto giordano.

Eppure non c’era paura.

C’era solo la sensazione di stare vivendo qualcosa che sarebbe rimasto per sempre.

Più viaggio e più mi convinco di una cosa.

Le esperienze più belle non nascono quando tutto va secondo i piani.

Nascono quando i piani saltano completamente.

Alla fine arrivammo fuori da Petra.

Recuperammo la macchina.

Raggiungemmo uno degli hotel più belli in cui sia mai stato.

Ma questa è un’altra storia.

La verità è che non ricordo la camera.

Non ricordo la cena.

Non ricordo nemmeno gran parte del viaggio del giorno dopo.

Ricordo quel furgone.

Quelle coperte.

Quelle risate.

E quella sensazione meravigliosa di fidarmi del mondo.

Perché crescendo impariamo a proteggerci.

Diventiamo più prudenti.

Più razionali.

Più diffidenti.

Forse giustamente.

Ma ogni tanto penso a quel ragazzo di ventun anni nascosto sotto una coperta nel deserto giordano.

E lo invidio un po’.

Perché aveva una qualità che il tempo prova sempre a rubarci.

La capacità di credere che, là fuori, la maggior parte delle persone abbia intenzioni buone.

E quando viaggio, in fondo, continuo a partire anche per questo.

Per ricordarmi che spesso è ancora vero.