Una delle esperienze di viaggio più belle della mia vita è iniziata con un problema.
E con un telefono al 21%.

Aprile 2026.

Un volo da circa venti euro.

Uno di quelli prenotati quasi per gioco.

Destinazione: Kosovo e Macedonia del Nord.

Un piccolo on the road balcanico.

Pochi giorni.

Zaino leggero.

Nessun programma troppo rigido.

Come piace a me.

Il viaggio inizia già male.

Il volo accumula ritardo.

Atterro a Skopje quando i collegamenti pubblici sono praticamente finiti.

Per risparmiare divido un taxi con alcuni ragazzi turchi conosciuti in aeroporto.

Argomento principale del viaggio?

I Mondiali.

O meglio.

La mia sofferenza da italiano e la loro felicità da turchi e cittadini di Paesi che al Mondiale ci sarebbero andati davvero.

Arriviamo a Skopje.

E lì succede una cosa che non mi era mai successa.

L’hotel che avevo prenotato semplicemente non esiste.

O almeno.

Non esiste dove dovrebbe esistere.

Le recensioni su Booking sono ottime.

La prenotazione è confermata.

L’indirizzo è corretto.

Ma l’hotel non c’è.

Il problema è che sono nel cuore del vecchio bazar.

È notte.

Le serrande sono abbassate.

La powerbank ha deciso di abbandonarmi.

Il telefono segna il 21%.

E l’inglese, da quelle parti, non è esattamente la lingua più diffusa.

Per la prima volta durante quel viaggio penso:

“Ok. Questa potrebbe diventare una serata complicata.”


Ed è qui che succede qualcosa che continuo a ricordare più dell’intero problema.

I ragazzi turchi che avevo conosciuto poco prima in aeroporto decidono di restare.

Potrebbero andarsene.

Potrebbero salutarmi.

Potrebbero dire che il problema è mio.

Invece restano.

Cominciano a cercare.

Chiedono.

Girano.

Provano ad aiutarmi.

A un certo punto fermano un altro turco.

Uno di quei personaggi che, se fossi in Italia, probabilmente guarderesti con sospetto.

Uno di quelli fuori dagli schemi.

Uno di quelli che sembrano usciti da un film.

Mi prende il telefono.

E per qualche secondo penso:

“Perfetto. Adesso oltre all’hotel perdo pure il cellulare.”

Invece succede l’esatto contrario.

Per quasi due ore gira con me tutto il bazar.

Chiama persone.

Controlla indirizzi.

Entra negli hotel.

Chiede informazioni.

Prova qualsiasi soluzione possibile.

Come se il problema fosse il suo.

Non il mio.

Alla fine scopriamo che il problema non ero io.

Non era la mappa.

Non era il bazar.

L’hotel semplicemente non esisteva nel punto indicato.

Prenoto un’altra sistemazione.

Una stanza da circa venti euro.

Niente di speciale.

Ma perfetta.

Eppure la cosa che ricordo non è la stanza.

Non è l’hotel.

Non è nemmeno il disagio.

Ricordo quelle persone.

Persone che non avevano alcun motivo per aiutarmi.

Persone che probabilmente non rivedrò mai più.

Persone che mi hanno dedicato due ore della loro vita senza chiedere nulla in cambio.

Più viaggio e più mi accorgo di una cosa.

La maggior parte delle persone è molto migliore di quanto ci insegnino a credere.

Forse è per questo che continuo a viaggiare.

Non per i monumenti.

Non per le fotografie.

Non per collezionare bandiere.

Ma per quei momenti in cui il mondo, improvvisamente, decide di ricordarti che la fiducia non è ingenuità.

È una delle forme più belle di speranza.

E che spesso gli sconosciuti riescono a restituirti fiducia nell’umanità più di tante persone che conosci da anni.