Per anni qualcuno l’ha presa sul personale.
“Ma come? Preferisci partire da solo?”
“Ma come? Vai con sconosciuti e non con me?”
La verità è che non ho mai saputo rispondere davvero.
Oggi forse sì.

Nella mia vita ho viaggiato con oltre sessanta persone.

Amici.

Ex fidanzate.

Compagni di scuola.

Persone che considero fratelli.

Persone con cui ho condiviso anni della mia vita.

Persone che chiamerei alle tre di notte senza pensarci due volte.

Eppure alcune delle città che porto più profondamente nel cuore le ho vissute da solo.

O con persone che poche ore prima non conoscevo nemmeno.

Per anni mi sono sentito quasi in colpa per questa cosa.

Come se dovessi giustificarmi.

Come se scegliere un compagno di viaggio fosse una classifica di affetti.

Poi ho capito che il problema era un altro.

L’amicizia e il viaggio non parlano la stessa lingua.

Gli amici li scegli con il cuore

Gli amici li scegli per come ti fanno sentire.

Per le risate.

Per i momenti difficili.

Per le cazzate fatte insieme.

Per i ricordi costruiti negli anni.

Il viaggio invece è diverso.

Il viaggio amplifica tutto.

La curiosità.

La pazienza.

La capacità di stupirsi.

La voglia di perdersi.

Il modo in cui osservi il mondo.

E non sempre le persone che ami di più sono quelle che osservano il mondo come te.

Non c’è nulla di sbagliato.

È semplicemente così.


Alcune città non vogliono compagnia

Edimburgo l’ho vissuta da solo.

Lisbona l’ho vissuta da solo.

Praga l’ho vissuta da solo.

Valencia l’ho vissuta da solo.

E ancora oggi, quando chiudo gli occhi, ricordo dettagli che probabilmente avrei perso se fossi stato impegnato a seguire il ritmo di qualcun altro.

Ricordo il vento.

Le luci.

Le strade percorse senza una meta.

Le deviazioni improvvise.

I silenzi.

Ricordo me stesso dentro quelle città.

E forse è questo il motivo per cui le ricordo così bene.

Le persone giuste arrivano quando meno te lo aspetti

La Giordania l’ho fatta con persone conosciute in aeroporto all’arrivo.

Israele allo stesso modo.

Persone che fino a poche ore prima erano perfetti sconosciuti.

Eppure ci siamo trovati immediatamente.

Perché volevamo le stesse cose.

Fermarci.

Osservare.

Capire.

Fare una domanda in più.

Percorrere una strada secondaria invece di quella principale.

Parlare con un beduino nel Wadi Rum.

Ascoltare una storia a Gerusalemme.

Fermarci a guardare qualcosa che agli altri sarebbe sembrato insignificante.

Non era amicizia fraterna.

Era sintonia.

E la sintonia è una delle cose più belle e rare che esistano.


La verità che molti non accettano

C’è un’idea che non ho mai sopportato.

Quella secondo cui se non viaggi con qualcuno significa che gli vuoi meno bene.

È una sciocchezza.

Ci sono persone che amo profondamente e con cui non partirei domani mattina.

E ci sono persone che ho conosciuto per pochi giorni con cui rifarei un viaggio dall’altra parte del mondo.

Perché il viaggio non premia l’affetto.

Premia la compatibilità.

Premia chi si emoziona per le stesse cose.

Chi rallenta negli stessi punti.

Chi si ferma davanti agli stessi dettagli.

Chi guarda nella tua stessa direzione.

Ho viaggiato con oltre sessanta persone.

Alcune le considero famiglia.

Ma il viaggio mi ha insegnato che l’affetto non basta.

Per condividere davvero una strada servono la stessa curiosità, lo stesso stupore e lo stesso modo di guardare il mondo.

Forse è per questo che alcune delle città più belle della mia vita le ho viste da solo.

Non perché fossi solo.

Perché ero completamente presente.

Senza dover spiegare perché volevo fermarmi.

Senza dover convincere nessuno a rallentare.

Senza dover giustificare il mio modo di viaggiare.

Solo io.

E il mondo.

E oggi credo che la vera amicizia sia anche questa.

Capire che qualcuno può scegliere una strada diversa dalla tua senza per questo volerti meno bene.

Perché alcune persone ti accompagnano nella vita.

Altre in viaggio.

Raramente sono le stesse.