Non ho mai cercato Dio nei miei viaggi.
Ma alcune destinazioni mi hanno fatto capire perché miliardi di persone continuano a cercarlo.

Dopo quasi quaranta Paesi visitati, c’è una cosa che non mi aspettavo.

I luoghi che più mi hanno colpito non sono stati necessariamente i più belli.

Né i più moderni.

Né i più spettacolari.

Sono stati quelli dove la religione non era un monumento da fotografare.

Ma qualcosa di vivo.

Qualcosa che scandiva il ritmo delle giornate, delle persone e delle città.

Gerusalemme è il primo luogo che mi viene in mente.

Pochi metri separano il Muro del Pianto, il Santo Sepolcro e la Spianata delle Moschee.

Tre religioni.

Tre visioni del mondo.

Tre modi diversi di cercare risposte alle stesse domande.

Camminare nella Città Vecchia significa attraversare secoli di fede, conflitti, tradizioni e speranze concentrate in uno spazio minuscolo.

Anche da ateo, è impossibile non percepire il peso spirituale di quel luogo.

Poi c’è il deserto del Wadi Rum, in Giordania.

Prima di arrivarci avevo un’idea dell’Islam costruita soprattutto attraverso i media occidentali.

Nel deserto ho scoperto qualcosa di diverso.

L’ospitalità beduina.

Il rispetto per l’ospite.

La semplicità della vita.

La spiritualità vissuta senza ostentazione.

Non ho trovato la religione delle notizie.

Ho trovato persone che vivevano la propria fede come parte naturale della quotidianità.

Ed è stata una delle lezioni più importanti del viaggio.

I luoghi che più mi hanno colpito non sono stati necessariamente i più belli.

Né i più moderni.

Né i più spettacolari.

Sono stati quelli dove la religione non era un monumento da fotografare.

Ma qualcosa di vivo.

Qualcosa che scandiva il ritmo delle giornate, delle persone e delle città.

A Skopje, invece, ricordo il Vecchio Bazar.

Le moschee che si alzano sopra i tetti.

Il richiamo alla preghiera che attraversa le strade.

I negozi tramandati da generazioni.

L’atmosfera ottomana ancora presente nel cuore della città.

Non era solo architettura.

Era una cultura che continuava a vivere.

E che raccontava una parte d’Europa spesso ignorata da chi guarda i Balcani solo attraverso la politica o la storia recente.

Poi c’è la Polonia.

Se Gerusalemme rappresenta l’incontro delle religioni e il Wadi Rum la spiritualità del deserto, la Polonia mi ha mostrato la forza della tradizione cristiana.

Durante il periodo natalizio ho visto città trasformarsi completamente.

Mercatini pieni di famiglie.

Chiese gremite.

Celebrazioni vissute con una partecipazione che in gran parte dell’Europa occidentale sembra ormai lontana.

Non era folklore.

Era fede.

Una fede ancora profondamente intrecciata con l’identità nazionale e familiare.

E poi Betlemme.

Una città che per molti è soltanto un nome letto nei Vangeli.

Trovarsi lì significa capire quanto la religione possa essere allo stesso tempo storia, politica, identità e speranza.

Pochi luoghi al mondo raccontano questa complessità con la stessa intensità.

Gerusalemme mi ha mostrato tre religioni che condividono lo stesso spazio.
Il Wadi Rum mi ha fatto conoscere un Islam diverso da quello raccontato dagli stereotipi.
Skopje mi ha ricordato quanto la cultura musulmana faccia parte della storia europea.
La Polonia mi ha fatto vedere una fede ancora vissuta come comunità.
Betlemme mi ha mostrato quanto la religione possa influenzare la vita quotidiana di un popolo.

Non sono diventato credente.

Non ho trovato risposte spirituali.

Ma ho capito una cosa.

Per comprendere davvero il mondo bisogna comprendere anche le religioni.

Perché hanno costruito città.

Plasmato culture.

Ispirato opere d’arte.

Influenzato guerre e riconciliazioni.

E continuano ancora oggi a dare significato alla vita di miliardi di persone.

Forse è per questo che alcuni dei miei ricordi di viaggio più intensi parlano di fede.

Non perché io creda.

Ma perché viaggiare significa anche osservare ciò che dà significato agli altri.

E in nessun altro tema questo è evidente quanto nella religione.