E forse proprio per questo è uno di quelli che mi ha lasciato di più.

Ci sono viaggi che fai perché hai voglia di partire.

E poi ci sono viaggi che fai quasi per dimostrare a te stesso che puoi ancora farlo.

Vilnius, per me, è stata questo.

Forse, tra le tre capitali baltiche, è quella che a primo impatto definirei meno immediata. Tallinn ha la fiaba medievale e la tecnologia. Riga ha quella sua eleganza sul fiume, le facciate, l’aria nordica e viva. Vilnius, invece, arriva più piano.

Non ti prende subito per il collo.

Non ti seduce con una bellezza facile.

Non ti dice: guardami, sono indimenticabile.

Vilnius ti cammina accanto.

E forse, in quel momento, era esattamente il tipo di città di cui avevo bisogno.

Sono partito in un periodo strano, uno di quelli in cui anche fare una valigia sembra più pesante del solito. Ad aprile, mentre a Salerno c’erano venticinque gradi e l’aria già sapeva di primavera, io mi sono ritrovato in Lituania con cinque gradi sotto zero.

Un contrasto quasi comico, se non fosse che a volte il freddo fuori assomiglia troppo a quello che ti porti dentro.

All’inizio il dubbio era semplice: faccio Kaunas e Vilnius, oppure resto solo a Vilnius?

E in quel momento pensavo davvero che non avrei avuto la forza di muovermi troppo. Che forse mi sarei limitato alla capitale, qualche passeggiata, qualche foto, poco altro.

Poi è successo quello che spesso succede nei viaggi.

Parti pensando di non farcela.

E invece la strada ti rimette in moto.

La Lituania è uno di quei posti che non ti aspetti.

Non arriva con il rumore delle grandi capitali, non ha l’arroganza delle mete che tutti desiderano, non ti promette spettacolo a ogni angolo.

Però ti resta.

Ti resta per la sua calma.

Per quella bellezza sobria, quasi laterale.

Per il freddo che ti sveglia.

Per le strade silenziose.

Per la sensazione di essere finito in un’Europa meno raccontata, meno fotografata, meno urlata.

E forse anche più vera.

Vilnius ha qualcosa di introverso.

È una città che non si concede a chi vuole soltanto consumarla in fretta. Devi starci dentro, camminarla, accettare i suoi vuoti, i suoi silenzi, la sua dimensione più raccolta.

Non è una città che ti riempie di stimoli continui.

Ti lascia spazio.

E quando dentro hai bisogno di capire qualcosa, lo spazio può essere più importante della bellezza.

A Vilnius ho sentito questo.

La possibilità di non dover performare nemmeno il viaggio.

Di non dover dimostrare che mi stessi divertendo per forza.

Di non dover trasformare ogni momento in racconto.

Potevo camminare.

Sentire freddo.

Guardare.

Stare zitto.

E poi, piano piano, ripartire.

Perché alla fine non sono rimasto fermo.

Ho fatto Trakai.

Ho attraversato cittadine sperse, paesaggi lituani, strade che sembravano lontane da tutto.

Sono arrivato a Kaunas.

Quello che all’inizio sembrava troppo è diventato possibile.

E forse è proprio qui che la Lituania mi ha lasciato qualcosa: non nel singolo monumento, non nella grande epifania, ma nel fatto che mi ha rimesso in movimento quando pensavo di non averne voglia.

“Vilnius non è stata la città che mi ha urlato bellezza. È stata quella che, in silenzio, mi ha ricordato che potevo ancora camminare.”

Trakai, poi, sembrava quasi irreale.

Un castello sull’acqua, il freddo, quel paesaggio nordico e sospeso, la sensazione di essere entrato in una cartolina baltica ma senza il peso del turismo di massa addosso.

Kaunas, invece, aveva un’altra energia.

Più urbana, più concreta, più quotidiana.

E in mezzo c’erano le strade.

Quelle strade lituane che forse non finiranno mai nelle classifiche dei luoghi più belli d’Europa, ma che per me hanno avuto un valore enorme.

Perché a volte il viaggio non è il posto in cui arrivi.

È la decisione di non restare fermo.

È dire: vado lo stesso.

Anche se fa freddo.

Anche se sono stanco.

Anche se non mi sento al massimo.

Anche se non so bene cosa sto cercando.

Quella Lituania mi ha parlato proprio così.

Controcorrente.

In direzione ostinata e contraria.

Mentre molti cercano sempre le mete più calde, più facili, più social, più ovvie, io ero lì, ad aprile, con il freddo addosso, in un Paese che molti non metterebbero mai tra le prime scelte.

Eppure mi sentivo stranamente nel posto giusto.

Non perché fosse tutto perfetto.

Ma perché era mio.

Mio nel modo in cui lo sono i viaggi che non devi giustificare a nessuno.

Ci sono viaggi che non ti portano dove volevi andare. Ti riportano, piano piano, verso te stesso.


Quando ripenso a Vilnius, non penso alla città più bella che abbia visto.

Penso a una città che mi ha trovato in un momento preciso.

E questo cambia tutto.

Perché alcune destinazioni non entrano nella tua vita per impressionarti.

Entrano per accompagnarti.

Vilnius è stata così.

Fredda.

Silenziosa.

Sobria.

Un po’ distante all’inizio.

Ma profondamente utile.

Mi ha ricordato che io sono anche questo: uno che spesso sceglie rotte meno ovvie, che trova senso nei posti laterali, che si emoziona dove altri magari vedono solo freddo, distanza, poca luce.

Uno che forse ha sempre avuto bisogno di andare un po’ controvento per capirsi meglio.

La Lituania non era il viaggio più comodo.

Non era il più caldo.

Non era il più facile da raccontare.

Ma mi ha lasciato tantissimo.

Perché mi ha fatto capire che, a volte, non serve partire nel momento perfetto.

Non serve stare benissimo.

Non serve avere un entusiasmo enorme.

A volte basta andare.

Salire su un aereo.

Arrivare in un Paese che non ti aspettavi.

Sentire cinque gradi sotto zero mentre a casa è primavera.

E scoprire che, nonostante tutto, una parte di te ha ancora voglia di strada.

Vilnius forse non è la più bella delle capitali baltiche.

Ma forse è quella che mi ha parlato nel modo più silenzioso.

E certe città, quando parlano piano, rischi di capirle solo dopo.

Io Vilnius l’ho capita così.

Dopo.

Quando mi sono reso conto che quel viaggio non mi aveva solo portato in Lituania.

Mi aveva ricordato chi sono.

Uno che, anche quando sembra più semplice restare fermo, alla fine trova sempre un motivo per partire.

Controcorrente.

In direzione ostinata e contraria.