Valencia: fuori pioveva, ma dentro di me splendeva il sole
Il mio primo viaggio all’estero da solo, in pieno Covid, quando il mondo era fermo e io iniziavo a ripartire.
Ci sono città che non ricordi solo per quello che hai visto.
Le ricordi per il momento in cui sono arrivate.
Valencia, per me, è una di queste.
Era pieno Covid. Avevo vent’anni. In Italia i miei amici erano in zona rossa, tra restrizioni, mascherine, chiusure e giornate tutte uguali. Io invece salivo su un aereo quasi vuoto, con quella sensazione stranissima di fare qualcosa che prima era normale e che in quel momento sembrava quasi rivoluzionario: partire.
Era il mio primo viaggio all’estero da solo.
E già questo bastava a renderlo enorme.
Valencia mi accolse con la pioggia.
Una cosa quasi assurda, perché Valencia è una di quelle città che immagini luminosa, mediterranea, solare. Una città dove pensi al cielo pulito, alle piazze vive, al mare, alla paella, alle passeggiate senza peso.
E invece pioveva.
Ma io stavo bene.
Anzi, forse non ero mai stato così felice.
Fuori pioveva, ma dentro di me splendeva il sole.



Valencia è una città sottovalutata nel modo giusto.
Non ha la pressione di Barcellona, non ha la grandezza istituzionale di Madrid, non ha il teatro emotivo dell’Andalusia. E forse proprio per questo riesce a farti stare bene senza dover dimostrare troppo.
È pulita, ordinata, viva, giovane, comoda.
Ha una bellezza pratica, abitabile.
Non è una città che ti schiaccia con la sua monumentalità. Ti accompagna. Ti fa camminare bene, mangiare bene, respirare bene. Ha il centro storico, il mare, i parchi, l’architettura futuristica della Città delle Arti e delle Scienze, i ristoranti, le piazze, quella Spagna quotidiana che merita di essere raccontata più spesso.
Perché la Spagna non è solo le grandi città che tutti nominano.
C’è una Spagna più gentile, più vivibile, più luminosa anche quando piove.
Valencia è questa.
Una città che non ti chiede di innamorarti subito, ma dopo qualche ora ti accorgi che ci stai bene.
E per me, in quel periodo, stare bene era tantissimo.
Ricordo i ristoranti che riaprivano, i tavoli di nuovo occupati, le persone che tornavano lentamente a vivere. Oggi sembrano dettagli normali, ma in quel momento avevano il peso dei miracoli.
Sedersi a mangiare fuori.
Ordinare.
Guardare una città straniera intorno a te.
Sentire che il mondo non era finito.
Che la vita, piano piano, stava provando a ricominciare.
“Valencia mi ha insegnato che a volte non serve il sole fuori, quando un viaggio riesce a riaccenderti qualcosa dentro.”
Quando ripenso a Valencia, non penso solo a una città bella.
Penso a un ragazzo di vent’anni che partiva da solo mentre il mondo era ancora pieno di paura.
Penso a un aereo vuoto.
Alle mascherine.
Alla pioggia.
Ai ristoranti che riaprivano.
Ai miei amici chiusi in zona rossa.
E a me, lì, in Spagna, con la sensazione fortissima di essermi ripreso un pezzo di libertà.
Valencia non mi ha travolto.
Mi ha ridato aria.
E forse è per questo che mi è rimasta così tanto.
Perché non tutti i viaggi devono essere epici per essere importanti. Alcuni contano perché arrivano nel momento esatto in cui avevi bisogno di ricordarti che il mondo era ancora lì.
Che potevi ancora partire.
Che potevi ancora stare bene.
Che anche in pieno Covid, anche con la pioggia, anche con una mascherina sul viso e un aereo mezzo vuoto, la vita poteva ancora aprirsi.

Valencia, per me, è stata questo.
Una città pulita, viva, buona, mediterranea.
Una Spagna meno raccontata ma bellissima.
Un primo viaggio all’estero da solo.
Una pioggia improbabile in una città di sole.
E una felicità semplice, enorme, quasi commovente.
Quella di un ragazzo di vent’anni che, mentre il mondo sembrava fermo, capiva che lui aveva ancora voglia di attraversarlo.